Il Digital Product Passport sta entrando nell’agenda del settore moda e tessile con una forza crescente. Molte aziende lo guardano ancora come un adempimento da presidiare, una piattaforma da implementare o un’interfaccia digitale da collegare al prodotto.
La prospettiva più corretta è più ampia.
Il DPP introduce una nuova infrastruttura informativa, capace di accompagnare il prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita e rendere accessibili dati affidabili, aggiornabili e interoperabili. Per il tessile, questa trasformazione tocca un punto sensibile: la capacità di conoscere, misurare e governare una filiera complessa, distribuita e fortemente specializzata.
Nel confronto con Giuseppe Picerno, Innovation & Sustainability Manager di Manteco, emerge con chiarezza un tema centrale: il settore tessile affronta il Digital Product Passport da una posizione molto diversa rispetto ad altri comparti industriali.
Automotive ed elettronica hanno sviluppato nel tempo modelli più strutturati di tracciabilità, integrazione tra sistemi e gestione dei dati. Il tessile si muove dentro una realtà più articolata. La filiera coinvolge grandi gruppi internazionali, PMI specializzate, terzisti e subfornitori, con livelli di maturità digitale molto differenti e una varietà elevata di materiali, processi e modelli produttivi.
Picerno la definisce una filiera “molto polverizzata”. Proprio questa caratteristica rende il Digital Product Passport un tema industriale, organizzativo e strategico, prima ancora che tecnologico.
La domanda da porsi cambia: quale piattaforma scegliere diventa una questione secondaria rispetto alla reale capacità dell’azienda e della filiera di generare, aggiornare e condividere dati di qualità.
Dalla sostenibilità dichiarata alla sostenibilità dimostrabile
Il caso Manteco offre una chiave di lettura particolarmente interessante.
L’azienda ha costruito la propria identità industriale attorno alla circolarità fin dalle origini. La sua storia inizia nel 1943 con il recupero di vecchi indumenti militari per produrre nuovi tessuti in lana. Un approccio che anticipa molti dei temi oggi al centro delle strategie ESG.
Oggi, però, la sostenibilità richiede un salto di qualità: deve diventare misurabile, verificabile, comparabile.
Manteco ha lavorato in questa direzione attraverso studi di Life Cycle Assessment, certificazioni ambientali di prodotto e utilizzo di dati primari. In questo modo ha trasformato un posizionamento valoriale in una base informativa concreta, utile per sostenere le proprie scelte industriali e dialogare con clienti, partner e stakeholder.
Il Digital Product Passport accelera proprio questo passaggio. Le imprese saranno chiamate a costruire un patrimonio informativo solido, coerente e verificabile. Le dichiarazioni ambientali dovranno poggiare su dati credibili, raccolti con metodo e organizzati secondo logiche condivise.
Un DPP credibile nasce da dati credibili.
Oltre la tracciabilità: il prodotto come sistema informativo
Ridurre il Digital Product Passport alla tracciabilità significa coglierne una parte limitata del valore.
La tracciabilità resta un elemento importante, ma il perimetro informativo del DPP è più esteso. Riguarda la composizione del prodotto, l’origine dei materiali, le prestazioni ambientali, la conformità normativa, le istruzioni di utilizzo, manutenzione, riparazione, riuso e gestione del fine vita.
Il prodotto diventa così un sistema informativo accessibile, aggiornabile e leggibile da soggetti diversi.
Per il tessile questo passaggio è particolarmente rilevante. Un capo o un tessuto portano con sé una storia fatta di fibre, trattamenti, lavorazioni, passaggi di filiera, certificazioni e decisioni progettuali. Rendere queste informazioni disponibili in modo strutturato significa aumentare la trasparenza, ma anche creare nuove condizioni per il recupero di valore.
La circolarità informativa come leva industriale
Uno degli spunti più forti emersi dal confronto con Manteco riguarda il fine vita del prodotto.
Per un’azienda impegnata nel recupero e nel riciclo dei materiali, conoscere la storia di un capo può fare la differenza. Sapere quali fibre lo compongono, quali trattamenti ha subito e da quali processi proviene consente di selezionare meglio le materie da recuperare e migliorare la qualità del riciclo.
Picerno parla, in questo senso, di “circolarità informativa”.
È un concetto centrale, perché sposta il DPP dalla comunicazione verso l’esterno alla generazione di valore nei processi industriali. Il dato diventa una risorsa produttiva. Aiuta a prendere decisioni migliori, riduce l’incertezza nella gestione dei materiali e rende più efficace la progettazione di modelli circolari.
Il Digital Product Passport può quindi diventare un abilitatore di trasformazione industriale. La sua utilità cresce quando entra nei processi, dialoga con la supply chain e supporta scelte operative lungo il ciclo di vita del prodotto.
Interoperabilità: il valore nasce dalla qualità strutturale del dato
Perché il DPP possa generare valore reale, la qualità del dato diventa un requisito essenziale.
Raccogliere informazioni rappresenta il primo passaggio. Renderle utilizzabili da soggetti diversi richiede un lavoro più profondo: modelli comuni, standard condivisi, regole di aggiornamento, linguaggi interoperabili.
La standardizzazione è la condizione che permette alle informazioni di circolare tra aziende, piattaforme, autorità, distributori e consumatori finali.
Nel Digital Product Passport i destinatari sono molteplici. I consumatori chiedono maggiore trasparenza. Importatori e distributori devono dimostrare conformità e accesso al mercato. Autorità di controllo, dogane e organismi di vigilanza richiedono informazioni verificabili e consistenti.
Al centro, però, restano gli attori della filiera. Sono loro a generare, raccogliere e aggiornare i dati che alimentano il passaporto digitale. Il coinvolgimento della supply chain diventa quindi il vero banco di prova del sistema.
La governance del dato come nuova competenza competitiva
Il Digital Product Passport porta le aziende dentro un tema più profondo: la governance del dato.
Chi possiede le informazioni? Chi può consultarle? Quali dati devono essere condivisi? Quali informazioni vanno protette per tutelare know-how, relazioni commerciali e vantaggi competitivi?
Sono domande operative, legali e strategiche. Nel tessile assumono un peso ancora maggiore, perché la trasparenza richiesta dal mercato e dal legislatore si sta estendendo dal prodotto alla filiera.
Il rischio reputazionale, nel settore moda, può nascere nei livelli più profondi della subfornitura. Per questo il DPP porta le imprese a interrogarsi sulla reale conoscenza della propria catena di fornitura: chi produce, dove, con quali processi, con quali materiali, secondo quali standard.
La governance del dato diventa così una competenza competitiva. Permette di presidiare la conformità, migliorare la qualità delle informazioni, rafforzare la relazione con il mercato e costruire modelli industriali più resilienti.
Da dove partire
Il punto di partenza è la maturità dell’organizzazione.
Il Digital Product Passport richiede sistemi digitali capaci di raccogliere, integrare e condividere informazioni in modo sicuro. Ma il valore della tecnologia dipende dalla qualità del percorso che la precede: comprensione del quadro normativo, mappatura dei dati disponibili, coinvolgimento della filiera, definizione delle responsabilità, costruzione di regole di governance, verifica della solidità delle evidenze ambientali e di conformità.
Prima ancora della piattaforma, serve una visione chiara del modello informativo da costruire.
Per il tessile, il DPP rappresenta una trasformazione che coinvolge prodotto, supply chain, sostenibilità, conformità, progettazione e innovazione. Le aziende che affronteranno questo percorso con un approccio integrato potranno trasformare un requisito regolatorio in uno strumento di gestione industriale.
La domanda più utile, quindi, riguarda il livello di consapevolezza e controllo che l’impresa vuole raggiungere.
Il Digital Product Passport può diventare una leva per conoscere meglio i prodotti, governare la filiera e valorizzare i dati come asset strategico. Per il settore tessile, la sfida è già iniziata.





