L’agroalimentare italiano non è solo una tradizione culturale: è una delle leve economiche più solide e resilienti del Paese.
Oggi rappresenta uno dei pochi settori capaci di coniugare identità, industria e competitività globale.
Nel periodo giugno 2024 – maggio 2025, l’export alimentare italiano ha raggiunto i 70 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. Se si osserva l’intera filiera, il valore complessivo supera i 707 miliardi di euro.
(Fonti: Coldiretti – Forum Internazionale dell’Agricoltura 2025, Federalimentare, ISTAT)
Ma il dato forse più rilevante è un altro: per la prima volta in oltre un decennio, l’Italia ha ribaltato la propria bilancia commerciale agroalimentare, passando da un deficit di 7,6 miliardi nel 2014 a un saldo positivo superiore a 1 miliardo.
(Fonte: ISMEA / Elaborazione Coldiretti su dati ISTAT)
Non è solo crescita. È maturità del sistema.
Dove l’Italia è già leader (e perché conta)
✔ Pasta e derivati del pomodoro: leadership mondiale con quote difficilmente replicabili
✔ Formaggi e vino: secondo posto globale
✔ Olio, salumi, conserve: categorie premium in espansione
Questa forza non nasce solo dalla qualità del prodotto, ma da una combinazione più complessa: denominazioni d’origine, capacità industriale, innovazione di processo e storytelling di filiera.
Elementi che oggi non sono più accessori, ma determinanti nelle scelte dei buyer internazionali.
Le quattro forze che stanno riscrivendo i consumi globali
I dati mostrano con chiarezza come stia cambiando la domanda:
- Qualità verificabile
Il 78% dei buyer food considera la tracciabilità completa un requisito essenziale nella selezione dei fornitori.
(Food Safety Supply Chain Vision Study) - Salute e funzionalità
Il consumatore non compra più solo “senza”, ma “ricco di”. Nel 2024 la spesa per alimenti salutistici è cresciuta del +20%. - Sostenibilità dimostrabile
Oltre il 60% dei responsabili acquisti food & beverage valuta la performance ESG come fattore decisivo. - Esperienza premium, on-demand
Il 75% dei buyer retail cerca prodotti premium convenience: ready-to-eat evoluti, meal kit, soluzioni ad alto contenuto di servizio.
(Osservatorio Food Retail, 2024)
Il punto chiave è che il valore percepito si sposta sempre più dal prodotto al sistema che lo sostiene.
Dove cresce l’export italiano
L’Unione Europea assorbe oltre il 55% dell’export agroalimentare, con risultati particolarmente positivi in:
- Germania (+12,6%)
- Polonia (+17,1%)
Parallelamente, mercati come Turchia (+11,3%) e l’area Medio Oriente / Nord Africa offrono opportunità rilevanti, ma richiedono approcci strutturati, capaci di gestire normative, logistica e complessità geopolitica.
Dazi, geopolitica, logistica: la complessità come fattore competitivo
Nel contesto attuale, dazi e tensioni geopolitiche non sono più variabili straordinarie.
Sono condizioni strutturali.
Per le imprese agroalimentari questo implica:
- presidio delle normative doganali,
- diversificazione geografica,
- dialogo continuo con istituzioni e organismi di riferimento.
Sempre più spesso, la differenza non la fa chi evita la complessità, ma chi sa governarla.
È in questa direzione che si colloca il nostro contributo come Tinexta Innovation Hub di abilitatori di processi di export, integrando competenze su strategia, soluzioni digitali e sviluppo commerciale.
Volumi o valore: una scelta che definisce il futuro del brand
La strategia distributiva internazionale non è neutra.
La GDO consente volumi rapidi, ma richiede struttura, certificazioni e l’accettazione di margini più compressi.
I canali premium e B2B — HORECA, specialty store, importatori di nicchia, Direct-to-Consumer — permettono invece di difendere posizionamento e valore, con margini mediamente superiori del 15–20%, a fronte di tempi più lunghi di costruzione.
Questa non è solo una scelta commerciale: è una decisione strategica che incide su brand, organizzazione interna e sostenibilità economica dell’export nel medio-lungo periodo.
Un tema sempre più centrale nei percorsi di internazionalizzazione accompagnata.
Quando il digitale diventa una prova per il buyer
Nel food & beverage, il digitale non serve solo a “farsi vedere”.
Serve a ridurre il rischio percepito dal buyer internazionale.
Una presenza digitale coerente dimostra che:
- il prodotto ha domanda reale,
- l’azienda è strutturata,
- il brand è già attivo sul mercato target.
In questo equilibrio:
- LinkedIn lavora sulla credibilità B2B,
- Instagram e YouTube costruiscono desiderabilità e storytelling,
- TikTok intercetta trend e segnali deboli utili anche in fase di trattativa.
Il digital export diventa così parte integrante del processo commerciale, non un’attività parallela — principio alla base di molti modelli operativi sviluppati anche da Tinexta Innovation Hub.
Dalla visione all’azione: un metodo replicabile
Trasformare l’export in risultati richiede un processo strutturato:
- Analisi preliminare di mercati e competitor
- Piano operativo con obiettivi, KPI e roadmap
- Sviluppo commerciale su prospect qualificati
L’obiettivo non è il singolo contatto, ma la costruzione di un sistema commerciale ripetibile, spesso supportato da figure di affiancamento operativo come il Temporary Export Specialist.
Verso il 2030: la sfida dei 100 miliardi
Raggiungere i 100 miliardi di export agroalimentare non sarà una conseguenza automatica della qualità del prodotto.
Serviranno:
- digitalizzazione dei canali,
- protezione del Made in Italy,
- innovazione e sostenibilità,
- competenze export sempre più verticali.
In questo scenario, realtà come Tinexta Innovation Hub non si sostituiscono alle imprese, ma ne amplificano la capacità di competere, aiutandole a trasformare l’eccellenza produttiva in presenza stabile sui mercati internazionali.
Perché nel prossimo ciclo di crescita non vincerà chi esporta di più, ma chi esporta meglio, con metodo e visione.




